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                                                                                          Una necessaria prefazione

 

Sono un giornalista. Un giornalista e uno scrittore. Quando presento un libro, davanti a uno sparuto gruppo di persone, c’è sempre qualcuno che mi definisce scrittore. E io, allora, inarco le sopracciglia, come se fossi turbato e non gradissi quelle parole. Che non sento di meritare perché, penso, chi fa esclusivamente per professione il giornalista o lo scrittore può essere considerato veramente un membro di questa categoria.

Io sono pubblicista, cioè scrivo ogni tanto un ‘pezzo’ su Quotidiano, nella pagina che non legge nessuno, la pagina culturale.

E poi ho pubblicato un po’ di libri.

Racconti e qualche scritto fantastico ambientato nel Salento, per cercare di colmare una lacuna che, anni fa, era evidente: nessuno scriveva storie ambientate da noi. Quasi a voler significare che il Salento non poteva avere dignità letteraria. Nel mio piccolo, poiché pensavo che non fosse così, ho cominciato a parlare di Lecce, di luoghi e persone della nostra terra.

E allora sono diventato scrittore.

In realtà, io lavoro in un ufficio delle tasse, mi autodefinisco ‘impiegato d’imposte’, proprio come in un bel romanzo di Nino Palumbo.

E così la mia vita scorre senza scossoni tra un articolo, un libro, una presentazione e almeno 20-30 persone che, ogni giorno, vengono al ‘front-office’ a chiedere soluzioni per i loro problemi che riguardano tasse e fisco.

Ho perso prima mia madre, dopo una lunghissima malattia. L’ha curata sempre mio padre e, onestamente, non ho vissuto con particolare emozione la sua dipartita. Perché speravamo tutti che la sua sofferenza cessasse e allora è arrivato come un sollievo il momento del distacco. Anche per mio padre, credo.

Che le è sopravvissuto un po’ di anni. Pieno di acciacchi e problemi anche lui, ha finito per far riferimento solo a me, figlio unico. E gli ultimi tempi della sua esistenza li ha trascorsi in una ‘casa protetta’ dove andavo a trovarlo, ogni giorno.

Poi…

In poco più di un mese, la degenza in ospedale dove doveva essere operato, l’annuncio da parte dei dottori che non era il caso di sottoporlo ad un intervento (la metastasi è troppo diffusa) e la scelta, casuale, di trasportarlo all’Hospice di San Cesario.

Qui, dopo dieci giorni, papà è morto.

 

Sono rimasto solo.

Solo, nel senso che, guardando indietro, non c’era più nessuno della mia famiglia, a fare da riferimento. Il fratello di mio padre, solo lui. Ma era lontano, avevamo ormai pochissimo da dividere, solo qualche ricordo legato a chi non c’era più.

E poi, portati come siamo ad occuparci di quello che riguarda l’avvenire di figli e nipoti, poco, pochissimo rimane per il passato, per il ricordo di cose e avvenimenti che rimangono esclusivamente nella nostra memoria.

Sono rimasto solo, allora.

Con chi, del resto, avrei più diviso una serie di consolidate consuetudini come, ad esempio, risolvere i rebus della Settimana Enigmistica o discutere di politica e cristianesimo?

Dopo lo smarrimento iniziale, ho riannodato le fila col mio passato, tornando all’Hospice. Proprio in quel posto dove, nella stanza n° 2, a piano terra, per alcuni giorni mi sono interrogato sulla vita e sulla morte.

Dove sono stato a guardare mio padre che respirava faticosamente, chiedendomi cosa stesse provando lui, in quel momento.

Adesso, con il camice bianco di volontario, sono qui, a ripercorrere un periodo triste ma importante della mia vita.

 

 

 

 

 


 

 

                                                        

                                                     

 

 

COPERTINO COSMICA

 

Alla fine, dopo tanti sforzi, sono riuscito ad ottenere, per la nostra città, un nuovo "gratta e vinci". Si chiamerà "Copertino Cosmica", riprendendo la definizione data da Carmelo Bene. E' un gioco, a diffusione nazionale, che abbinerà i premi alle immagini più significative di Copertino.

 


 

 

 

IL MANOSCRITTO DI COPERTINO

La preghiera segreta del Santo

Padre Massimiliano ci ha guardati con quei suoi occhi acuti. Poi ha detto: “Inginocchiamoci e preghiamo il Signore come lo pregava Lui”.

E ci siamo trovati in ginocchio, con la testa bassa, contriti, nella campagna di Copertino.

Padre Massimiliano ha proferito alcune parole, poi ha recitato, con voce chiara, la Preghiera del Santo.

(…)

Mi è successo di perdere, effettivamente, la percezione di quello che avevo attorno. Di rivedere, in un attimo, me stesso bambino tenuto per mano da papà, a scuola col grembiulino, a giocare con i pantaloni corti, in un campo… sotto una capanna che odorava di erba e fieno, in riva a un fiume, a pescare… con in braccio un bambino, seduto accanto a una donna che sembrava proprio Sandra…

E non sentivo più nulla, quella dolcissima preghiera mi rivelava tante cose senza parere.